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da L'OSSERVATORE ROMANO di Lunedì-Martedì 26-27 luglio 2004

Storia e attività dell'"Opera di Nàzaret", associazione che il 28 luglio inaugurerà l'annuale manifestazione "Tonalestate"

Discrezione, dialogo e carità per testimoniare che "l'uomo, senza Gesù, è meno uomo"

Reggio Emilia. Primi anni ’60 del secolo scorso. La piccola città, così come diverse parti dell’Italia e del mondo occidentale, è in fermento: si prepara la stagione degli scontri, delle proteste, delle rivendicazioni. Nell’immenso e variegato oceano giovanile cominciano ad agitarsi onde tumultuose. Le spinte, le suggestioni sono tante: qualcuno cerca di incanalarle nella lotta politica ma, di fondo, esprimono una diffusa realtà, una decisa, insopprimibile, inarrestabile domanda di senso che si fa largo nel cuore dei ragazzi e dei giovani di allora.
Le origini della “Compagnia”
Nella cittadina emiliana giunge un professore di Milano, viene dalla Cattolica e insegna Lettere e Filosofia. Si chiama Giovanni Riva. Il professore s’immerge in quella realtà vibrante con entusiasmo e generosità; sa toccare le giuste corde, coinvolge, emoziona, interpella, fa sentire protagonisti e, soprattutto, parla chiaro: non si nasconde dietro i conformismi della scuola e della società, ma prova a chiarire le domande che agitano il cuore dei “suoi” ragazzi.
Sembra avere basi salde il giovane professore: una buona preparazione, certo; una notevole carica umana, è indubbio; ma c’è dell’altro. E qualcuno se ne accorge…
Vista la sua chiara e mai nascosta (anzi!) fede cristiana e visto l’interesse che il professore suscitava nella scuola e anche fuori dal contesto scolastico, nel 1964 alcuni sacerdoti che gestivano a Reggio Emilia un centro giovanile diocesano (il “GS” , Gioventù Studentesca), chiamano Giovanni Riva per animare, per dare ordine, ma soprattutto per ricostituire culturalmente il centro che languiva un po’ nelle strutture rigide del tempo e che era come “intimorito” dalle nuove sfide che proponeva la società.
In pratica si chiedeva a Riva di prendere in mano le redini di molti giovani che, in un contesto cittadino molto appassionato (pensiamo solo alla capillare attività del Partito comunista a livello studentesco…) cercavano luoghi dove riunirsi e persone che li aiutassero a orientarsi. Erano un centinaio di ragazzi (dalla scuola superiore fino agli anni universitari), di diversa estrazione sociale, ma tutti accomunati da un desiderio di significato, dalla ferma volontà di trovare basi solide per il loro cristianesimo.
La proposta, culturale e formativa, fu molto chiara, esplicitamente cristiana: niente compromessi, niente soluzioni di comodo. Attraverso incontri di dibattito ma anche grazie ad un coinvolgimento totale nella realtà quotidiana, attorno a Giovanni Riva cominciò a costituirsi un gruppo di giovani per i quali “Gesù Cristo è in toto la risposta all’umano”, per i quali “l’uomo, senza Gesù, è meno uomo”.
Il gruppo già nel 1968 cominciò ad assumere un’identità molto precisa ed autonoma (anche se era sempre in stretto contatto con la diocesi e sempre pronto a collaborare con le varie realtà ecclesiali). Significativo anche il nome che venne scelto, One way, espressione chiara di ciò che aveva conquistato quei giovani, ovvero una proposta radicale: la vita può e deve essere giocata su Gesù Cristo se vuole essere una vita felice, completa e giusta.
I giovani dei primi tempi cominciarono a formarsi delle famiglie e il gruppo iniziale, attraverso vari percorsi che portarono quell’esperienza originaria in giro per il mondo (Asia e Centroamerica, soprattutto), sempre mantenendo salda un’identità comunionale di compagnia, trovò una definizione anche formale. Nel 1976 si diedero il nome di Opera di Nàzaret. Finalmente, nel 1989, l’8 maggio, in Messico, l’Opera di Nàzaret viene eretta canonicamente dal Card. Primate di Città del Messico quale Associazione pubblica di fedeli. Seguirono poi, negli anni, le approvazioni di Vescovi Ordinari in Venezuela, in Giappone e in Italia.
La proposta
Venticinque anni riassunti in poche righe: vite messe in gioco e completamente trasformate dall’incontro con Cristo, intrecci di esperienze domestiche ed internazionali, storie di dubbi e di risposte, di difficoltà e di generosità, di ripensamenti e di slanci. Un bagaglio, un tesoro enorme, difficile da raccontare perché è di vita, di tante singole vite, che stiamo parlando.
Per questo ci facciamo aiutare dalla testimonianza di chi ha vissuto quegli anni e di chi ha raccolto e porta avanti quell’esperienza iniziale nell’Opera di Nàzaret che, nel frattempo (esattamente il 15 agosto 1999) è stata riconosciuta, per decreto pontificio, quale Associazione internazionale di fedeli.
La Vicepresidente dell’Opera, Renata Gregori (il Presidente è Loris Cavalletti), dopo averci raccontato con pacatezza, senza eccessi di entusiasmo, ma anche con un’intuibile moto del cuore, le origini dell’Opera di Nàzaret, prova a condensarne le ragioni, l’essenza, la proposta.
“Al centro della proposta del movimento di compagnia che si sviluppa attorno all’Opera di Nàzaret – spiega la Gregori – vi sono due princìpi: il primo è che Dio è Agàpe, e quindi l’intera realtà è amorevolmente voluta e tenuta in vita da una paternità che chiama a sé per la felicità vera; il secondo principio è che l’Uomo, in virtù di quella paternità, è responsabilmente partecipe della realtà sociale e civile in cui vive ed è inserito nel mistero della storia, ovvero nell’agàpe di Cristo crocifisso e risorto. Da ciò - continua la Gregori – scaturisce l’unità della persona che si sente amata e vuole far partecipare di questo amore gratuito la più ampia realtà possibile”. L’annuncio dell’Opera di Nàzaret è un annuncio gioioso: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nàzaret” (Gv 1,45).
Il fine primario dell’Opera è che “il Volto presente di Cristo, mediatore di quello del Padre e non mai dissociato dall’amore al destino di felicità degli uomini, venga incontrato da ognuno nella quotidianità della vita in famiglia, nella società o nel lavoro e nella normalità degli interessi, delle professioni e degli ambienti”. Fine secondario è che “si sviluppino esperienze di operosa carità che, secondo le diverse necessità di uomini, di luoghi e di tempi, collaborino a nuove iniziative sociali di misericordia spirituale e corporale, seguendo così la via di Colui che spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (Fil 2,7)”.
Le esperienze di carità che l’Opera di Nàzaret sollecita all’iniziativa dei singoli sono soprattutto di aiuto ai bisogni, di attenzione a una giusta convivenza e di tensione a un’economia di agàpe. Principalmente tali attività, che, una volta nate per iniziativa dei singoli, non coinvolgono più l’Opera di Nàzaret in quanto tale, sono fondazioni caritative o di solidarietà, imprese benefiche o assistenziali, opere di volontariato locale o internazionale, istituti scolastici di ogni ordine e grado fino all’università, attività culturali o editoriali.
In correlazione a questi fini, ispirati all’amore totale di condivisione espresso da Gesù sulla croce, l’Opera di Nàzaret ha scelto come proprio simbolo un pellicano (“pie pellicane Jesu Domine”) e come proprio manifesto la riproduzione del volto del “Cristo dileggiato” del Beato Angelico.
La struttura e l’attività
Ma proviamo a conoscere più da vicino come e dove opera questa “Compagnia”.
Cuore operativo è il Centro dell’Opera di Nàzaret, lo strumento collegiale di governo dell’Opera stessa che è articolata secondo una suddivisione geografica per Regioni (Europa, Asia, America Centrale, Sud America). All’interno delle Regioni vi sono i Gruppi (che ci riportano a un livello diocesano) e, all’interno dei Gruppi troviamo le Agàpi (piccole aggregazioni dove si vive in fraternità). Le Regioni s’incontrano tre volte all’anno, i Gruppi s’incontrano una volta al mese, mentre le Agàpi s’incontrano in genere una volta alla settimana. L’attività si articola in un piano spirituale che include la preghiera (la liturgia, la lode, il confronto con la Parola di Dio e con il Magistero della Chiesa), la formazione (approfondimento della catechesi della Chiesa, studio e dibattito su temi di incidenza socioculturale e sviluppo di un’educazione integrale), l’azione (apostolica, caritativa e missionaria). Va sottolineato il fatto che l’adesione o la vicinanza all’Opera non comporta l’ingresso in un universo autoreferenziale: è piuttosto l’occasione per sviluppare uno stile di vita da riportare nei vari ambiti della quotidianità, a cominciare dalla vita parrocchiale (dove le famiglie dell’Opera sono invitate ad inserirsi), per continuare fra le mura domestiche, nella scuola, negli ambienti di lavoro e via dicendo.
La stessa vita dei singoli gruppi è caratterizzata dalla più ampia apertura nei confronti di tutti e da un grande senso di rispetto. Più volte, parlando con i responsabili dell’Opera, ritorna il concetto della “discrezione”. “Cerchiamo sempre di essere presenti in modo silenzioso e discreto – dice Nicola Riva, responsabile dell’attività educativa per i giovani – avvicinandoci alle persone con attenzione ed umiltà”.
La vita dei gruppi, perciò, si caratterizza in maniera differente sempre in base alle diverse realtà locali. In Giappone, ad esempio, è più ricorrente che altrove un’apertura dei gruppi anche a persone non cristiane o non credenti, valorizzando una dimensione di dialogo (pur sempre nella chiarezza della proposta cristiana) che è una delle peculiarità dell’Opera di Nàzaret. Importante il fatto che sempre, accanto alla preghiera e alla formazione, vengano favorite concrete iniziative di condivisione verso i più bisognosi.
Mentre i singoli appartenenti all’Associazione possono dar vita a gruppi ed iniziative autonome, l’Opera di Nàzaret è direttamente responsabile solo di alcune attività. Sono cinque: 1) L’attività educativa, ovvero i percorsi formativi e catechetici che dal Centro s’irradiano in tutte le Regioni, considerando che anche gli stessi responsabili dei singoli gruppi, i formatori, vengono scelti dal Centro stesso. 2) Lo “Spiritus Creator”, ovvero un’ aggregazione del tipo istituto secolare nel quale, attraverso realtà di “famiglia”, alcune persone dell'Opera scelgono di vivere insieme un cammino di dedizione totale a Cristo, seguendo i consigli evangelici. 3) Le “Domus”: gruppi di genitori che gestiscono delle case nelle quali vengono ospitati, seguiti e supportati giovani impegnati nel mondo della scuola (in genere ragazzi che, per motivi di studio, sono costretti a lasciare la loro città). 4) Il Gruppo missionario. 5) La specifica attività educativa per i giovani: “Anche qui - tiene a precisare Nicola Riva – lo stile è quello di un approccio molto discreto e sempre personale: ‘Se vuoi vorremmo parlarti della possibilità di una speranza, di una vita più gustosa, più piena, da vivere già da oggi… Gesù non è un personaggio del passato, né una realtà solo futura: si può vivere già da oggi e può dare profondità e spessore alla nostra vita. E’ stato vero per noi, vorremmo che lo fosse anche per te…’. Partiamo sempre dai bisogni concreti e particolari dei singoli per poi arrivare alla coscienza che, alla fine, c’è un unico bisogno: la felicità, che per noi coincide con Gesù. Il metodo, poi, è sempre quello di incontri aperti a tutti e rispettosi di ognuno”.
“Tonalestate”
Parlando di metodi e di strumenti di diffusione giungiamo, nella nostra chiacchierata, a parlare di un’iniziativa culturale dell’Opera di Nàzaret che dal 1999 si ripete ogni anno: “Tonalestate”. L’Opera infatti – come ci spiega Maria Paola Azzali, Presidente di Tonalestate – organizza ogni anno una vacanza estiva (la “Compagnia”) a Ponte di Legno (Brescia), nel cuore del Passo del Tonale: occasione speciale di incontro per persone di vari Paesi del mondo. All’interno della vacanza, alcuni giorni sono dedicati all’esperienza culturale di Tonalestate: quanti partecipano alla vacanza, infatti, hanno l’opportunità di incontrare, ascoltare e discutere con personalità di spicco del mondo artistico, letterario, religioso, scientifico, sociale e del volontariato. Ogni anno (quest’anno Tonalestate si svolgerà dal 28 luglio al 2 agosto) si affronta un tema differente scelto fra le questioni più urgenti che toccano la società contemporanea. “Quest’anno – ci spiega la Azzali – il tema scelto è quello del rapporto tra l’uomo contemporaneo e il denaro. Negli anni precedenti ci si era soffermati su argomenti quali il senso d’inadeguatezza dell’uomo di fronte al futuro, la pace, l’uomo e la tecnica.”.
“Di fronte alle esigenze del nostro vivere – continua la Azzali – Tonalestate intende offrire l’occasione di affrontare culturalmente, senza ambire a risposte definitive, la realtà di un mondo globale nel suo mutare; vuole offrire una traccia e l’opportunità di un confronto, un luogo dove far incontrare persone che intendono porsi domande radicali, andare al fondo delle questioni.
Tonalestate è stato definito dai suoi organizzatori “il luogo della speranza”: innanzitutto perché è lo spunto, l’alimento di tutta l’attività formativa annuale dell’Opera di Nàzaret e poi perché offre l’opportunità di una riflessione su ciò che la Chiesa e il singolo cristiano vogliono e possono essere nel mondo: un segno di speranza.
“Importante è sottolineare – dice la Azzali - che questa speranza di cui parliamo, secondo lo spirito dell’Opera di Nàzaret, è sempre una speranza tesa ad incontrare il diverso da sé. Per questo ad ogni Tonalestate, indipendentemente dal tema affrontato, dedichiamo una giornata al tema della pace e un’altra al dialogo tra le religioni”.
La proposta sembra interessante perché, pur nella piccola dimensione nella quale è inserita (ogni anno partecipano a Tonalestate circa trecento persone, più gli occasionali turisti e gli abitanti di Ponte di Legno e dei paesi vicini), essa lascia percepire la voglia di un cambiamento di mentalità.
Ragazzi, giovani famiglie, adulti di ogni estrazione sociale, provenienti dalle esperienze mondiali più disparate, messi a stretto contatto (nel senso dell’opportunità di un vero e proprio scambio di opinioni) con personaggi di rilievo, stimolati da mostre, da concerti e dallo stare insieme, intuiscono sempre meglio l’importanza dell’incontro e del dialogo: ecco allora che una breve e semplice vacanza– è la frase con la quale Maria Paola Azzali ci lascia e offre a tutti un discreto invito – può diventare il piccolo segno di un’umanità diversa e positiva, capace di un nuovo gusto della vita e della sua ricchezza”.

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